Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia Mt 5, 11

 

È con questi versetti del vangelo delle beatitudini che voglio iniziare il mio racconto dei tre giorni passati nel nord dell’Albania, dal 16 al 18 gennaio. Questi versetti hanno risuonato più e più volte dentro di me in quei momenti, quando ascoltavo una testimonianza o visitavo un luogo teatro di fatti terribili accaduti fino a qualche decennio fa. Prima di questa esperienza, solo un’altra volta avevo sentito così viva, forte e concreta la Parola: visitando i luoghi in cui ha vissuto Gesù, nel mio pellegrinaggio in Terra Santa, e ascoltando il racconto della sua vita proprio lì dove era accaduto.

Ma iniziamo dal principio, dal giovedì notte in cui sono atterrata a Tirana insieme ad Antonio, Walter e Giuseppe. Per necessità lavorativa avevamo deciso di prendere l’ultimo aereo del giorno così da avere tutto il tempo per terminare gli impegni e dedicarci completamente all’esperienza che ci attendeva. Quella notte, vista l’ora di arrivo, abbiamo deciso di pernottare vicino all’aeroporto e partire per Scutari la mattina dopo, ricaricati da un po ‘ di ore di sonno. L’albergo, più che decoroso e silenzioso, nonostante si trovi vicino alle piste, lo abbiamo raggiunto a piedi passando accanto a reti di filo spinato che circondano tutta la zona intorno all’areoporto. Di notte e in quello scenario la mia curiosità e il mio entusiasmo aumentavano ogni minuto che passava.

La mattina seguente è venuto a prenderci un amico di Antonio e ci ha accompagnato a Scutari. Abbiamo così conosciuto Petrit, un uomo di Pukë che parla molto bene italiano e che da subito mi è sembrato di indole forte e generosa. Nel viaggio in macchina lungo un piccolo tratto di autostrada e poi per una via extraurbana, attraversando paesi e terreni incolti con splendide catene montuose sullo sfondo, abbiamo conosciuto un pò della sua storia, segnata da momenti difficili che lo hanno reso ancora più forte e tenace. Dopo circa un’ora e mezzo siamo arrivati a Scutari dove ci aspettavano suor Lula e le sue sorelle, suor Hana e suor Shpresa, suore francescane missionarie di Gesù Bambino. La loro casa si trova proprio nel centro storico della città, a pochi passi dalla chiesa di San Francesco custodita dai frati minori.

La casa venne aperta nel 1993 poco dopo la caduta del regime comunista di Enver Hoxha e in risposta alla richiesta fatta alle congregazioni religiose da parte del Vaticano di andare in Albania a rimettere in piedi la martoriata chiesa cattolica. La casa apparteneva ad un illustre e amato poeta albanese, Migjeni, considerato uno dei più influenti scrittori del periodo tra le due guerre mondiali.

L’Albania è infatti terra di intellettuali, poeti e scrittori, la maggior parte dei quali sono stati costretti a lasciare la loro patria a causa del regime che, nell’intento di sottomettere il popolo e creare uno stato ateo, la prima cosa che fece fu quella di eliminare intellettuali e studiosi, di eliminare ogni forma di cultura.

Qui le suore vivono la loro quotidianità nella preghiera e nel servizio ai poveri e ai bisognosi; aiutano i frati nella parrocchia e con la mensa dei poveri, accolgono tanti bambini ogni pomeriggio dopo la scuola permettendo loro di fare i compiti, di giocare e di mangiare qualcosa di caldo. Si occupano anche di formazione ai giovani e alle coppie della diocesi.

Le restanti ore della mattina le abbiamo trascorse a parlare e a conoscerci, facendo anche due passi per le vie del centro: una vista particolare si è aperta davanti ai nostri occhi in quella passeggiata: molto vicine l’un l’altra sorgono la moschea, la chiesa di San Francesco e la chiesa ortodossa, segno evidente del convivere di tre identità religiose che hanno avuto sempre un peso importante nella storia del popolo albanese e che per decenni durante il regime comunista sono state soffocate in ogni modo. Ci raccontava suor Lula che l’attacco più feroce però è sempre stato rivolto ai cattolici: più colti e istruiti, avevano creato scuole di istruzione superiore per ragazzi e poi anche
ragazze. I gesuiti e i frati minori erano una realtà ben presente da secoli e nel 1879 erano arrivate anche le Povere Figlie delle sacre stimmate, note con il termine stimmatine, alle quali era stato chiesto di aprire una scuola di istruzione per le ragazze, così come già esisteva la scuola maschile. É in questa scuola che si era formata Maria Tuci, arrestata e torturata atrocemente per non aver rivelato il nome dell’uccisore di un politico comunista e per non aver voluto concedersi a un membro della Sigurimi (la polizia di regime). Maria morì a causa di quanto subito all’età di 22 anni ed è l’unica donna tra i 38 martiri beatificati il 5 novembre 2016 nella cattedrale di Scutari, sotto il pontificato di Papa Francesco. “Ringrazio Dio perché muoio libera!” Una delle frasi da lei pronunciate prima di morire.

Nel pomeriggio, dopo un pranzo semplice in cui abbiamo potuto assaggiare del cibo tipico albanese, siamo andati a fare visita alla casa di Bajzë, un villaggio poco distante da Scutari dove le suore portano avanti una scuola dell’infanzia da ben 25 anni, occupandosi al momento di una cinquantina di bimbi da 3 a 5 anni, non solo cattolici ma anche provenienti da famiglie musulmane. Le famiglie del paese stimano molto il loro servizio e dalla scuola sono passati tanti giovani che ora non vivono più in Albania, ma sono emigrati per studiare o lavorare altrove. L’Albania è infatti una delle nazioni con il maggior numero di emigrati nel mondo. Sono sempre meno i giovani che scelgono di restare e provare a costruire qualcosa nel loro paese. Purtroppo il divario economico tra ricchi e poveri è sempre più evidente, gli effetti del regime comunista continuano a farsi sentire, il livello di corruzione è molto elevato, la politica di ricostruzione di imprenditori stranieri e la diffusione del turismo di massa ha trasformato intere città, Tirana in primis, da quello che mi è stato raccontato. Le suore qui non hanno avuto vita facile: dal momento in cui hanno deciso di aprire la scuola, non è passato un giorno senza ricevere controlli di funzionari dello Stato, pur avendo tutto in regola, a partire dalla specifica formazione per insegnare all’assunzione regolare di maestre laiche agli spazi tenuti con grande cura e semplicità. Vivono di Provvidenza come ha tenuto a sottolineare con il sorriso sulle labbra e gli occhi gioiosi suor Maria Pia. E la Provvidenza non delude mai! Il sabato mattina abbiamo partecipato alla Messa delle 7 nella chiesa di San Francesco e poi recitato le Lodi nella cappellina della casa. Dopo colazione ci siamo diretti al Convento delle Clarisse che originariamente era un convento francescano nel quale i frati avevano dato vita ad una scuola superiore maschile. Come tutti i luoghi religiosi però anche questo con la dittatura era stato espropriato e destinato a fungere da carcere, luogo di tortura e di morte. La Chiesa di San Francesco invece era stata trasformata in un teatro, la Cattedrale era una palestra. Niente doveva richiamare neanche lontanamente alla fede e alla preghiera: la disciplina, lo sport, l’indottrinamento, la persecuzione di coloro che tradivano il regime era ciò che contava. Le clarisse non erano presenti a Scutari prima del regime comunista. Sono arrivate da Otranto nel 2003 e a loro i frati hanno affidato la ricostruzione e la cura dell’ex prigione. Una bella sfida, come ci hanno raccontato le monache che abbiamo incontrato quella mattina: far rinascere la vita nel luogo in cui erano avvenuti crimini orribili, nel luogo in cui la follia ideologica di Hoxha e dei suoi non voleva far altro che cancellare per sempre persone che con le loro parole e le loro azioni hanno invece lasciato un segno importante nella storia e continuano ad essere di esempio per tanti giovani.

La comunità oggi è formata da clarisse albanesi e italiane. L’incontro con loro, in un salone in cui per scelta non è presente alcuna grata che delimita la clausura, è stato molto toccante. Una clarissa ci ha raccontato la sua vita durante il regime e quanto profondamente è stata segnata dalla testimonianza dei suoi genitori, i “suoi santi” li chiama. Quando era piccola, ricorda, insieme ai fratelli e ai cugini venivano portati a dormire subito dopo cena così che gli adulti, di nascosto dagli occhi curiosi e ingenui dei bambini, potessero pregare insieme il Santo Rosario. La mattina, poi, prima di andare a scuola, i genitori si accertavano che i figli, qualora la maestra chiedesse loro se sapevano fare il segno della Croce, rispondessero di no. Succedeva, infatti, che qualche bimbo ingenuamente facesse il segno della Croce in classe e che di seguito la sua famiglia venisse catturata. Dopo l’ascolto di queste preziose testimonianze, è stata la volta degli occhi che hanno potuto catturare immagini di luoghi strazianti. Il recupero degli edifici delle prigioni ha lasciato intatte le camere di tortura alle quali si arriva dopo aver percorso le stanze del Memoriale dove le foto dei prigionieri morti tra queste mura occupano intere pareti e un video aiuta ad entrare nel clima di quegli anni. Il mio pensiero va immediatamente al campo di concentramento di Dachau che ho visitato qualche anno fa sempre a gennaio in un giorno di freddo e neve. Sui muri delle piccole celle buie si vedono i segni lasciati dai prigionieri, segni che raccontano una storia atroce che non vorresti si ripetesse mai più, proprio perché lascia una traccia che fa male anche a chi non l’ha vissuta. Quelle celle ancora oggi a chi le visita parlano, gridano lo strazio e la fedeltà di cattolici e musulmani che si rispettavano l’un l’altro, accomunati dallo stesso destino e dalla stessa lotta per la libertà.

Sono uscita da quella visita profondamente toccata, pregando nel mio cuore il Padre Nostro e l’Ave Maria per quelle anime belle e forti che ora riposano nella pace e nella gloria eterna, pensando all’autenticità e alla consapevolezza con cui hanno portato avanti fino a morire le loro idee e il loro credo, convinti che Dio non abbandona nessuno e ama ciascuno nella sua unicità.

Nel pomeriggio abbiamo proseguito il nostro pellegrinaggio attraverso i luoghi del martirio visitando la chiesa di san Francesco e la tomba di Maria Tuci, custodita nella chiesa delle Stimmatine. Nella chiesa di San Francesco ci siamo soffermati sugli affreschi posti lungo le navate laterali che ricordano il martirio degli 8 Francescani ora beati, un vescovo e 7 sacerdoti. Nella chiesa delle Stimmatine abbiamo potuto conoscere più a fondo la vita e la persecuzione di Maria Tuci grazie al racconto delicato e profondo di una suora stimmatina che ha raccolto tutta la documentazione necessaria per la causa di beatificazione.

Il sabato sera il clima così forte di quella giornata è stato reso più amabile dalla tenerezza e dall’accoglienza delle suore che ci ospitavano. A cena ci attendeva tanto cibo buono preparato con amore pur nella semplicità e nella povertà! Mangiando, chiacchierando, facendo battute e ridendo come se ci conoscessimo da tempo, abbiamo concluso la seconda giornata sempre più ricchi di conoscenza, gratitudine, stupore e riflessione.

La mattina della domenica dopo la Messa ci attendeva, a mio avviso, il momento emotivamente più impegnativo del nostro viaggio. A piedi abbiamo raggiunto il cimitero di Scutari e visitato l’albero presso il quale venivano fucilati i condannati a morte, l’altare che sorge nel luogo in cui venne celebrata la prima Messa dopo la caduta del regime, le tombe dei tanti martiri Francescani e Gesuiti. Suor Lula ci ha raccontato come i condannati a morte venivano accompagnati verso quello che oggi è il cimitero. Iniziava tutto alle 5 di mattina: prima dell’alba il condannato attraversava le strade della città e il suo passaggio faceva rumore così che tutti se ne accorgessero e sapessero cosa stava accadendo. L’altare, invece, sorge nel luogo in cui nel 1990 venne celebrata la prima Messa dopo la caduta del regime: migliaia di fedeli, dopo decenni in cui non potevano fare pubblicamente neanche il segno della Croce, si ritrovarono a vivere di nuovo la celebrazione eucaristica.

Tante volte in quei giorni ho provato a immaginare quelle situazioni e tante volte mi sono resa conto di quanto sono “fortunata” e di quanto do per scontato la libertà di espressione in ogni sua forma con la quale sono cresciuta, un bene cosi prezioso e così costantemente minacciato. Sono partita per l’Albania senza alcuna idea di quello che mi aspettava, solo con il cuore aperto ad accogliere ciò che il Signore aveva in serbo per me e mettendo a disposizione il mio tempo. Sono tornata enormemente arricchita da un’esperienza che auguro a tutti di vivere perché è difficile spiegare a parole certi momenti. Sono partita con l’intento di offrire il mio servizio e sono tornata con il cuore colmo di doni. Senza dubbio quello che ho ricevuto è molto più di quello che ho donato.

Valentina Conti