In occasione della quarta giornata OFS in-comunicazione è andato ieri in scena a Santa Maria degli Angeli una interessante tavola rotonda organizzata dal Consiglio Regionale dell’Umbria, dal titolo “Verità e Pace-Frontiere dell’informazione”.
Nelle intenzioni del Consiglio Regionale la volontà di confrontarsi sulla libertà di informazione oggi in Italia e nel mondo, in relazione ai concetti di verità e di pace, argomento quanto mai attuale e certamente ambizioso.

Su questo tema si sono confrontati i giornalisti Carlo Cefaloni, redattore di Città Nuova dove si occupa principalmente di politica, lavoro ed economia, coordinatore del gruppo lavoro ed economia disarmata promosso dal movimento dei focolari; Silvia Mari De Santis, vice caporedattrice dell’agenzia di stampa Dire, ideatrice dell’inchiesta mamme coraggio sulla vittimizzazione secondaria e inviata di guerra; Shukri Said, giornalista e blogger, fondatrice e portavoce dell’associazione migrare – osservatorio sul fenomeno dell’immigrazione, conduttrice del programma “Africa oggi” su radio radicale. A completare il quartetto, Padre Marco Moroni, Custode del Sacro Convento di Assisi che ha impreziosito il dibattito con il suo contributo francescano, spiegando come fosse peculiare il modo di comunicare di San Francesco, di come con parole, silenzi, gesti e scritti il Santo di Assisi sia stato un grande comunicatore.

Un giornalismo che tace davanti alle ingiustizie non è più giornalismo. “Oriana Fallaci lo scriveva senza mezzi termini: “Un giornalista senza nemici, che non dà fastidio, molto raramente è un buon giornalista.” Se il potere, politico, economico, giudiziario, può intimidire chi racconta, siamo tutti meno liberi. E’ quello che, secondo i relatori, accade puntualmente dentro e fuori dalle redazioni, dove la ricerca della verità nel fare informazione è quotidianamente ostacolata da interferenze indebite e pressioni di ogni tipo tendenti ad indirizzare le notizie in questa o in quella direzione, secondo l’interesse di questo o quel potere. Finisce che tra pressioni politiche, interessi economici e querele a pioggia il mestiere di chi vuole raccontare ciò che accade, dando voce a chi spesso e volentieri non ce l’ha, diventa molto ostico, se non impossibile.

Un altro ostacolo che si frappone tra il fruitore dell’informazione e la verità arriva dal fenomeno della disinformazione causato dai social media. Oggi si dice, infatti, che viviamo nell’epoca delle ‘post-verità’, cioè in una situazione in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto agli appelli all’emozione e alle convinzioni personali. Questo fenomeno, si verifica quando la verità emotiva o soggettiva ha la meglio su quella basata su prove concrete e produce come effetto un largo fenomeno di disinformazione. Siamo bersagliati sui social da notizie che si susseguono molte delle quali, false, vengono diffuse proprio con lo scopo di generare nei lettori confusione, paura, smarrimento, odio, e non riusciamo a distinguere il vero dal falso, le tante verità di parte da una notizia “veramente vera”.

Di fronte a tante difficoltà un buon atteggiamento può essere quello di non avere la pretesa di essere depositari della verità, ma di essere cercatori di verità, e cioè mettersi in ascolto della realtà secondo il triplice criterio del vedere, capire e agire; vedere ne senso di non rimuovere lo sguardo, parlarne, ricercare le fonti; capire nel senso di approfondire, comprendere gli interessi in gioco; in fine agire perché quella notizia, quel fare informazione deve condurre ad un’azione che tenda a produrre un cambiamento della realtà, nel senso di rimuovere le ingiustizie e migliorare lo status quo. Se il vedere ed il capire non portano ad un agire sono solo un esercizio sterile che porta alla sofferenza di rendersi conto che quell’osservazione e quella ricerca non possono portare a nulla perché non si può produrre cambiamento nella società.

Papa Francesco ha detto, in uno dei suoi interventi pubblici, che il giornalista non è il contabile della storia, cioè non è semplicemente un cronista che deve asetticamente raccontare ciò che vede. Il giornalista deve lasciarsi ferire dalla realtà per poterla cambiare, e ha certamente la responsabilità di non tacere, malgrado le pressioni le querele e le intimidazioni, e neanche preventivamente per paura di queste. Per fare ciò anche il giornalista più sprezzante del pericolo non può fare a meno della protezione e del sostegno, anche legale ed economico, del proprio editore, altrimenti in poco tempo quel giornalista finirà per non poter più scrivere, sommerso da querele, procedimenti giudiziari e richieste di risarcimento insostenibili autonomamente.

Anche rispetto al racconto della guerra, e a quello più difficile della pace, l’informazione incontra delle notevoli difficoltà: se le parti in conflitto controllano strettamente i flussi di informazioni e l’accesso dei media, è chiaro che il diritto dei cittadini a essere informati è già violato in partenza. In ogni guerra, e nel conflitto di Gaza in modo particolarmente evidente, le parole e le immagini fanno parte della battaglia. In un tale contesto non è facile distinguere se una fonte faccia più propaganda che informazione. Ai giornalisti è stato vietato entrare in Gaza da due anni a questa parte e le notizie che escono dalla Striscia sono quelle che vengono fatte uscire da chi è in loco, le stesse che tutte le testate sono costrette a dare al pubblico in maniera allineata e identica. Purtroppo, non è dato sapere se e quanto queste notizie corrispondano al vero.

Per concludere solo quattro parole, che i relatori hanno donato alla platea come piccola pillola di saggezza a chiusura dell’incontro, consigli per fare informazione in modo responsabile: umiltà, rispetto, ricerca e verità. Oltre a queste parole rimane la soddisfazione per l’OFS dell’Umbria di aver donato alla collettività una importante occasione di riflessione su tempi molto importanti ed attuali, e la consapevolezza che bisogna continuare a camminare sul solco tracciato perché anche a questo ci chiama la nostra Regola.